Paolo VI nella memoria di Papa Luciani

Il 26 agosto 1978, a meno di un mese dalla morte di papa Paolo VI, gli succedeva Albino Luciani (1912-1978) col nome di Giovanni Paolo. Li legava l’amicizia e una stima profonda testimoniate dalle parole affettuose che, all’indomani della sua elezione, egli rivolse dal balcone di San Pietro ai fedeli per spiegare la scelta inedita del suo doppio nome: «Papa Giovanni ha voluto consacrarmi vescovo con le sue mani, poi papa Paolo non solo mi ha fatto cardinale, ma sulle passerelle di San Marco si è levato la stola e me l’ha messa sulle spalle…Per questo ho detto mi chiamerò Giovanni Paolo. Io non ho né la sapientia cordis di papa Giovanni, né la preparazione e la cultura di papa Paolo, però sono al loro posto, devo cercare di servire la Chiesa».

Il riferimento alla visita di Paolo VI a Venezia nel 1972 e quel gesto profetico, notissimo, e così inusuale per il carattere austero di Montini di togliersi la stola e di metterla sulle spalle del Patriarca, indicano bene il forte vincolo che li univa. Nell’udienza generale del 6 settembre 1978, poi, papa Luciani ricordava così il suo illustre predecessore: «Giusto un mese fa, a Castelgandolfo, moriva un grande Pontefice, che ha reso alla Chiesa, in 15 anni, servizi enormi. Gli effetti si vedono in parte già adesso, ma io credo che si vedranno specialmente nel futuro».

Ma, in memoria di Paolo VI, il Patriarca di Venezia aveva pronunciato anche l’omelia nella messa di suffragio in San Marco il 9 agosto 1978, dove ne aveva lumeggiato la missione apostolica e lo spirito paolino: «Come vuoi essere chiamato? - aveva esordito il cardinal Luciani parlando dell’elezione di Montini - gli era stato chiesto quindici anni fa al termine del Conclave. E lui: Mi chiamerò Paolo. Chi lo conosceva, ci avrebbe giurato che la scelta del nome sarebbe stata quella. Da sempre Montini era stato un appassionato degli scritti, della vita, del dinamismo del grande Apostolo delle genti. E visse la sua “paolinità” per intero e fino all’ultimo». Poi ne aveva ricordato le sofferenze fisiche e l’ansia interiore che confidenzialmente Paolo VI una volta gli aveva rivelato: «Forse il Signore mi ha chiamato a questo servizio non già perché io abbia qualche attitudine o io governi e salvi la Chiesa dalle sue presenti difficoltà, ma perché io soffra qualcosa per la Chiesa e sia chiaro che Cristo, non altri, la guida e la salva. […] Il Papa ha le pene, che gli provengono anzitutto dalla propria insufficienza umana, quale ad ogni istante si trova di fronte e quasi in conflitto con il peso enorme e smisurato dei suoi doveri e della sua responsabilità. Ciò arriva talvolta sino all’agonia». In tono amichevole e pieno di ammirazione ne aveva indicato taluni aspetti esteriori: «Tutti abbiamo visto Paolo VI in televisione o in fotografia abbracciare il patriarca Atenagora: faceva la figura di un bambino che scompare tra le braccia, e di fronte alla barba imponente di un gigante. Anche quando parlava, la sua voce era piuttosto cupa; rare volte essa esternava la convinzione e l’entusiasmo che gli bollivano dentro. Ma il pensiero! Ma gli scritti! Questi erano limpidissimi, penetranti, profondi e talora scultorei».

Il cardinale Luciani, infine, rammentava l’esistenza di alcune lettere tra il patriarca Roncalli e il sostituto Montini. «Il Papa – scrive in una Roncalli – desidera a Roma il tal sacerdote; concederlo è un grave sacrificio per Venezia, ma io cedo, perché nella Chiesa “bisogna vedere largo e lontano”. Grazie, gli risponde Montini; grazie per il sacerdote concesso e per il “largo e lontano”». E, chiosando la sagace espressione, concludeva: «anche Paolo VI, che tanto rimpiangiamo, […] coltissimo come uomo, esemplare come sacerdote, come Papa ha veramente visto “largo e lontano”».

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